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È“Mi serve un educatore o un veterinario comportamentalista?”
una delle domande che sentiamo più spesso da chi convive con cani e gatti che mostrano paure, urine/feci fuori posto, manifestazioni di aggressività o altri comportamenti “strani”.
Le linee guida internazionali ricordano che il comportamento è parte della salute: va valutato con gli stessi criteri delle altre specialità veterinarie (anamnesi, diagnosi, terapia), distinguendo i comportamenti normali ma indesiderati da quelli anormali, legati a veri disturbi del comportamento o a problemi medici sottostanti.
Il ruolo del veterinario esperto in comportamento non è “fare educazione al posto dell’educatore”, ma:
capire se ciò che si osserva è un comportamento specie-specifico – anche se problematico per il proprietario – in risposta a un certo ambiente e gestione,
oppure se si tratta di un quadro patologico, che richiede una vera presa in carico medico–comportamentale.
Vediamo concretamente quando ha senso cercare un comportamentalista (chiamato anche comportamentista), cosa succede durante una visita e come si integra il suo lavoro con quello di educatori e istruttori.
Chi è, in Italia, il “medico veterinario esperto in comportamento”
In Italia la figura è definita con un minimo di rigore:
- la FNOVI ha pubblicato linee guida e criteri per potersi presentare come “medico veterinario esperto in comportamento animale”, legati al Decreto Ministeriale 26/11/2009;
- i veterinari che possiedono questi requisiti compaiono in un elenco pubblico come riferimento per le valutazioni dei cani “impegnativi” e per gli interventi terapeutici comportamentali;
Questo significa che il veterinario comportamentalista:
- è un medico veterinario a tutti gli effetti (laurea, abilitazione, iscrizione all’Ordine);
- ha formazione specifica in medicina comportamentale;
- può integrare in modo strutturato corpo e mente, come richiesto anche dalle linee guida WSAVA sul benessere e sulla gestione del comportamento di cani e gatti.

I problemi più comuni che vediamo a Torino in cani e gatti
Alcune categorie di problemi comportamentali sono ricorrenti nelle richieste di visita comportamentale.
Nel cane
Tra le motivazioni più frequenti per cercare un comportamentista:
- paure e fobie: rumori (temporali, fuochi d’artificio), uscire in strada, persone sconosciute, altri cani, auto, oggetti;
- aggressività verso persone (in casa o fuori) o verso altri cani o altri animali;
- ansia da separazione: abbaio prolungato o ululati, distruzione, salivazione eccessiva, vocalizzi quando resta solo, urine e feci in casa;
- comportamenti ripetitivi, compulsivi o apparentemente “senza senso” (leccarsi fino a ferirsi, rincorrersi la coda, inseguire luci o ombre);
- iperattività / difficoltà a calmarsi, incapacità di rilassarsi anche in contesti familiari;
- difficoltà nel gestire le visite veterinarie, la manipolazione, la toelettatura.
Le risorse cliniche internazionali sottolineano che, per i cani, il veterinario deve sempre chiedersi se sta osservando:
- un comportamento normale ma non desiderato (es. tirare al guinzaglio, scavare, rosicchiare), spesso legato a gestione, mancanza di competenze o ambiente povero;
- oppure un comportamento anormale, espressione di un disturbo d’ansia, fobia, dolore o altro problema medico.
Nel gatto
Per i gatti, i motivi tipici per una visita comportamentale felina includono:
- eliminazione inappropriata (urine o feci fuori dalla lettiera, marcature);
- aggressività verso persone o altri gatti (morsi improvvisi, attacchi o veri e propri inseguimenti);
- convivenze difficili tra gatti in appartamento (inseguimenti, blocchi sulle soglie, isolamento di un soggetto);
- vocalizzazioni insistenti, soprattutto notturne;
- overgrooming (leccamento eccessivo con zone senza pelo o vere e proprie lesioni);
- cambiamenti di comportamento in gatti anziani: disorientamento, miagolii, uso errato della lettiera, alterazioni del sonno.
Le linee guida AAFP/ISFM per i problemi di eliminazione del gatto insistono sul fatto che: ogni gatto che inizia a sporcare in casa va valutato prima dal veterinario per escludere cause mediche (dolore, problemi urinari, patologie sistemiche), perché spesso componenti mediche e comportamentali coesistono.
Cosa fa, davvero, un veterinario comportamentalista durante la visita
Le linee guida FNOVI sulla medicina comportamentale ribadiscono che l’approccio del veterinario esperto in comportamento ricalca quello di ogni altra disciplina medica: anamnesi, diagnosi, prognosi, terapia.
In pratica, in una visita comportamentale (spesso a domicilio, come nel caso di AltreMenti), ci si può aspettare:
1. Raccolta anamnestica dettagliata
- storia di vita dell’animale (provenienza, tappe di crescita, eventuali traumi);
- presenza di altre patologie, terapie farmacologiche in corso, interventi chirurgici;
- descrizione precisa dei comportamenti che preoccupano (insorgenza, frequenza, intensità, contesto etc).
2. Valutazione medico–comportamentale
- osservazione del comportamento nel contesto di vita (per quanto possibile);
- ricerca di segnali di dolore o altre patologie fisiche che possono influenzare il comportamento (WSAVA sottolinea il legame stretto fra dolore e alterazioni comportamentali).
3. Distinzione tra comportamento normale e patologico
Qui sta il cuore del lavoro:
- alcuni comportamenti (marcare, masticare, abbaiare, esplorare, graffiare) sono normalissimi per la specie, ma diventano un problema per come sono gestiti o per l’ambiente;
- altri riflettono un disturbo del comportamento o una sofferenza sottostante che non si risolverà con semplici cambi di routine o un corso di educazione.
Questo tipo di distinzione è esplicitamente indicato come compito del veterinario nelle risorse cliniche su problemi comportamentali di cani e gatti.
4. Restituzione e piano terapeutico personalizzato
- spiegazione chiara della diagnosi (o ipotesi diagnostica, se servono approfondimenti);
- indicazioni su modifiche ambientali e gestionali;
- quando indicato, prescrizione di integratori o di farmaci;
- definizione di un eventuale percorso condiviso con educatori/istruttori.
Perché rivolgersi a un comportamentalista (e non fermarsi alla sola educazione)
Linee guida come quelle AAHA/WSAVA per la gestione del comportamento indicano che il veterinario di base dovrebbe:
- intercettare precocemente i problemi;
- offrire prime indicazioni;
- valutare quando è opportuno il rinvio a un veterinario comportamentalista.
Motivo? Alcuni comportamenti:
- hanno una forte componente medica (dolore, problemi endocrini, disturbi neurologici, patologie urologiche nel gatto che sporca in casa, decadimento cognitivo, ecc.);
- hanno già caratteristiche di disturbo d’ansia, fobia, disturbo compulsivo per cui i cambi gestionali da soli non bastano.
In questi casi:
- un percorso solo educativo rischia di essere frustrante per l’animale, per l’educatore e per la famiglia;
- possono essere utilizzate, quando serve, terapie farmacologiche e strategie di supporto scientificamente validate, che sono di competenza esclusiva del medico veterinario.
Questo non significa affatto che l’educatore sia “meno importante”:
significa che ognuno ha un ruolo diverso.
- Il veterinario comportamentalista definisce il quadro clinico, valuta la salute complessiva, imposta il piano terapeutico.
- L’educatore / istruttore traduce quel piano nella vita di tutti i giorni (gestione, esercizi, protocolli di esposizione graduale, lavoro sulla relazione).
- Il proprietario è il terzo vertice della triade: senza il suo impegno, nessun percorso regge.
Le posizioni congiunte recenti delle associazioni veterinarie internazionali su comportamento e training sottolineano proprio la necessità di metodi rispettosi del benessere e di collaborazione tra veterinari e professionisti del comportamento per prevenire e gestire in modo corretto i problemi comportamentali.
Quando è il momento di chiamare un veterinario comportamentalista a Torino
Oltre ai singoli esempi, possono aiutare alcune domande-guida:
- Il comportamento causa sofferenza evidente all’animale (fobie, panico, ansia, automutilazione, perdita di peso, insonnia)?
- È presente rischio per la sicurezza (morsi, aggressioni ripetute, inseguimenti con potenziale danno)?
- Il problema è comparso all’improvviso in un cane/gatto che prima non si comportava così?
- Nonostante cambi gestionali di buon senso (routine più strutturata, più attività, arricchimento ambientale, supporto educativo di base) il quadro non migliora o peggiora?
- Il tuo veterinario curante sospetta un possibile coinvolgimento di dolore, malattia o disturbo neurologico?
Se ti riconosci in una o più di queste situazioni, è il momento ideale per valutare una consulenza di medicina comportamentale.
In altre parole, il veterinario comportamentalista a Torino non sostituisce le altre figure: le mette in rete, usando gli strumenti della medicina (diagnosi, valutazione globale della salute, farmaci quando necessari) per dare al tuo animale una possibilità concreta di stare meglio – nel corpo, nelle emozioni e nella relazione con chi vive con lui.
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